Esistono pochi momenti nella vita moderna più carichi di ansia sottile del coordinare l’arrivo di venti persone in un aeroporto. Non sto parlando dell’ansia del volo stesso – quella è un’ansia diversa, più esistenziale – ma di quell’ansia pratica, terrena, che nasce dal dover sincronizzare orologi, voli, bagagli e personalità umane fondamentalmente diverse in un punto specifico dello spazio-tempo.
L’ho scoperto tre anni fa quando ho organizzato una riunione di famiglia allargata in Puglia. Mia zia veniva da Toronto. I cugini da Milano. Lo zio con la famiglia da Bruxelles. Altri parenti sparsi tra Roma, Torino e un paesino in Basilicata che Google Maps mostra ancora come “area generica con abitanti probabili”.
Tutti dovevano atterrare a Bari – alcuni lo stesso giorno, altri il giorno prima, uno particolarmente creativo il giorno dopo perché aveva trovato un volo più economico e “tanto che differenza fa un giorno?” – e poi raggiungere una masseria vicino Ostuni dove avevamo programmato tre giorni di celebrazione di qualcosa che onestamente non ricordo più cosa fosse ma che richiedeva assolutamente la presenza fisica di tutti.
Indice
L’illusione del fai-da-te
La mia prima idea era stata quella che hanno tutti: “Organizziamoci da soli, quanto può essere difficile?”
Estremamente difficile, si scopre. Così difficile che a un certo punto ho sviluppato un foglio Excel che rivaleggiava in complessità con i piani di battaglia della Seconda Guerra Mondiale. Colonne per orari di arrivo, gate, bagagli, chi aveva bisogno di noleggiare un’auto, chi poteva condividere, chi soffriva il mal d’auto e quindi doveva stare davanti, chi non poteva assolutamente viaggiare con chi per questioni familiari troppo complicate da spiegare ma assolutamente reali.
“Tua zia arriva alle 14:20”, diceva il foglio. “Lo zio alle 15:45. I cugini alle 16:30 ma su un volo diverso quindi terminal diverso.”
“Come facciamo a coordinarci?”, aveva chiesto qualcuno nel gruppo WhatsApp di famiglia che avevo creato e che rapidamente era degenerato in un fiume di messaggi incomprensibili, meme inappropriati e quella GIF di qualcuno che urla che mia cugina condivide quando è stressata.
“Ci troviamo tutti all’uscita”, avevo proposto con l’ottimismo pericoloso di chi non ha mai provato a “trovare” venti persone sparse tra due terminal di un aeroporto in orari diversi.
La telefonata che cambia tutto
È stata mia moglie – che ha quella saggezza pratica delle persone che sanno quando delegare – a dire: “Chiamiamo qualcuno che fa questo di mestiere.”
“Costerà troppo”, avevo obiettato, guardando il mio foglio Excel come se fosse un capolavoro incompreso.
“Costa meno del tuo esaurimento nervoso”, ha risposto. Argomento difficile da controbattere.
Abbiamo chiamato Schiavone Viaggi. Ho spiegato la situazione – che immagino suonasse come una commedia degli equivoci raccontata da qualcuno che non ha dormito abbastanza – aspettandomi che dall’altra parte mi dicessero educatamente che era troppo complicato.
Invece la persona al telefono ha detto: “Tranquillo, lo facciamo regolarmente. Mandami gli orari dei voli e penso a tutto io.”
Tutto io. Due parole magiche.
Il giorno dell’arrivo
Il giorno in cui la prima ondata di parenti doveva atterrare, mi sono presentato all’aeroporto di Bari con quella tensione anticipatoria di chi si aspetta il caos. Avevo il telefono carico al massimo, una lista stampata di numeri di emergenza, e quella determinazione fragile delle persone che stanno per scoprire se il loro piano funzionerà o si trasformerà in aneddoto imbarazzante da raccontare ai Natali futuri.
Nell’area arrivi c’era un signore con un cartello che diceva semplicemente “Famiglia Rogondino”. Si chiamava Vincenzo, aveva quella calma zen delle persone che hanno navigato ogni possibile variante di caos aeroportuale, e quando mi sono presentato ha detto: “Suo zio è già arrivato. È seduto là con un caffè.”
Mio zio – che aveva novant’anni e una tendenza a perdersi anche in spazi familiari – era seduto tranquillo a un tavolino, sorseggiando un espresso, completamente rilassato.
“Quel signore mi ha trovato appena uscito”, mi ha detto indicando Vincenzo. “Sapeva il mio nome, sapeva che volo avevo preso. Mi ha accompagnato qui e mi ha detto di aspettare. Molto efficiente.”
Nei successivi novanta minuti ho visto Vincenzo orchestrare l’arrivo di venti persone con l’efficienza di un direttore d’orchestra. Sapeva chi stava arrivando e quando. Aveva un altro collaboratore al terminal internazionale per i parenti che arrivavano da Toronto e Bruxelles. Comunicavano via radio con quella precisione che ti fa pensare che probabilmente nella vita precedente organizzavano sbarchi militari.
Quando tutti erano finalmente raccolti – venti persone, trentadue bagagli, due passeggini, e una valigia misteriosa che nessuno sembrava possedere ma che evidentemente faceva parte del gruppo – Vincenzo ci ha guidati verso il parcheggio dove ci aspettava un pullman.
Non uno di quei pullman sgangherati che ti fanno temere per la tua incolumità. Un pullman moderno, pulito, con aria condizionata che funzionava davvero e sedili che non sembravano progettati da qualcuno con un rancore personale contro la colonna vertebrale umana.
L’autista che sa leggere le persone
L’autista del pullman – un signore sulla sessantina che si è presentato come Roberto – ha fatto qualcosa di straordinario. Mentre caricavamo i bagagli, ha guardato il gruppo e ha capito immediatamente la dinamica.
C’erano anziani stanchi dal viaggio. Bambini piccoli che oscillavano tra l’eccitazione e il crollo imminente. Adulti che cercavano di sembrare in controllo mentre chiaramente non lo erano. Quella particolare energia frenetica delle riunioni familiari quando tutti sono felici di vedersi ma anche leggermente sopraffatti.
“Ci fermeremo una volta a metà strada”, ha annunciato Roberto dopo che tutti erano saliti. “C’è un’area di servizio pulita con bagni buoni e un bar che fa caffè decente. Così i bambini possono sgranchirsi le gambe e chi vuole può fumare senza avvelenare gli altri.”
Aveva capito tutto in trenta secondi. Gli anziani che avrebbero avuto bisogno di una pausa. I bambini che non possono stare fermi troppo a lungo. I fumatori che avrebbero iniziato a dare segni di irritazione dopo quaranta minuti. Aveva letto il gruppo come io leggo un libro aperto, e aveva già un piano.
Durante il viaggio verso Ostuni – circa un’ora e mezza che in altre circostanze sarebbe sembrata un’eternità – ho notato come Roberto gestiva la situazione. Non metteva musica a volume alto che avrebbe disturbato chi voleva riposare. Guidava con fluidità, senza frenate brusche o accelerazioni che avrebbero svegliato i bambini che miracolosamente si erano addormentati.
A un certo punto mio zio ha chiesto se poteva aprire il finestrino perché aveva caldo. Roberto ha gentilmente suggerito di regolare l’aria condizionata individuale invece, spiegando che con il finestrino aperto a quella velocità sarebbe stato troppo rumoroso per gli altri. Lo ha detto con tale cortesia che mio zio non si è minimamente offeso.
Piccole cose. Importanti.
La sosta strategica
La sosta a metà strada è stata un capolavoro di pianificazione. L’area di servizio che Roberto aveva scelto non era quella standard dell’autostrada – quella dove il caffè sa di cartone e i bagni sono un’esperienza che preferiresti evitare – ma un posto leggermente fuori mano, più grande, più pulito, con anche un piccolo negozio di prodotti locali.
“Qui vendono taralli buoni”, ha detto Roberto mentre parcheggiava. “Se volete portare qualcosa alla masseria.”
Mia zia di Toronto, che non vedeva taralli freschi da anni, è praticamente corsa dentro ed è uscita con tre sacchetti. Gli altri hanno seguito l’esempio. In quindici minuti abbiamo comprato abbastanza prodotti locali da aprire un negozio.
Roberto aspettava pazientemente vicino al pullman, controllando il cellulare ma tenendo sempre d’occhio il gruppo. Quando ha visto che i bambini avevano finito di correre in cerchio bruciando energia accumulata e gli adulti stavano iniziando a convergere naturalmente verso il pullman, ha fatto un cenno gentile.
Nessuno si è perso. Nessuno è rimasto indietro. Tutti erano soddisfatti della pausa ma pronti a ripartire. È sembrato spontaneo, ma sospetto fortemente che Roberto avesse orchestrato anche quella parte.
L’arrivo coordinato
Quando siamo arrivati alla masseria – puntualissimi nonostante la sosta, il che mi ha fatto sospettare che Roberto avesse già calcolato quel tempo nel suo piano originale – il proprietario ci stava aspettando.
“Ah, perfetto”, ha detto guardando l’orologio. “Siete esattamente in orario. Ho preparato un aperitivo di benvenuto.”
Mi sono reso conto solo dopo che Schiavone Viaggi aveva comunicato con la masseria, coordinando l’arrivo in modo che il proprietario sapesse esattamente quando prepararsi. Non avevo dovuto fare nessuna telefonata frenetica del tipo “stiamo arrivando tra dieci minuti no aspetta forse venti c’è traffico no tutto bene arriviamo adesso”.
Semplicemente, eravamo arrivati quando dovevamo arrivare, e tutto era pronto.
Roberto ha aiutato a scaricare i bagagli con un’efficienza che rasentava l’arte. Sapeva quali valigie appartenevano a chi – non so come, forse telepatia – e le sistemava in gruppetti logici vicino alle camere giuste.
“Se avete bisogno di qualcosa durante il soggiorno”, ha detto prima di andarsene, “ho lasciato il mio numero all’organizzatore. E ci vediamo domenica per il ritorno.”
Il viaggio di ritorno
Domenica, dopo tre giorni di riunione familiare che erano stati meravigliosi ed estenuanti in parti uguali, dovevamo rifare il percorso al contrario. Ma questa volta era più complicato.
Alcuni parenti dovevano prendere voli diversi a orari diversi. Mia zia doveva essere all’aeroporto per le 11 per un volo alle 13. I cugini potevano partire più tardi. Lo zio aveva un volo serale e voleva visitare Bari vecchia prima di partire.
Il mio foglio Excel originale non avrebbe mai potuto gestire questa complessità. Ma Schiavone Viaggi sì.
Roberto è arrivato alla masseria alle 8:30. “Prima corsa per chi ha voli mattutini”, ha annunciato. “Seconda corsa alle 14 per chi parte dopo. Chi vuole visitare Bari può rimanere con me dopo il primo drop-off.”
Aveva già tutto organizzato. Sapeva chi doveva andare dove e quando. Aveva persino suggerito un itinerario veloce per chi voleva vedere il centro storico di Bari prima di volare, includendo raccomandazioni su dove parcheggiare il pullman e quale strada prendere per evitare il traffico del weekend.
Mia zia è arrivata all’aeroporto con due ore di anticipo, rilassata e pronta. I cugini hanno avuto tempo di pranzare tranquilli. Lo zio ha visto la Basilica di San Nicola e ha comprato souvenir dubbi che probabilmente non userà mai ma che sembravano importanti al momento.
Tutti hanno preso i loro voli. Nessuno si è perso. Nessuno è arrivato in ritardo. Zero drammi, zero stress, zero telefonate frenetiche.
Il costo invisibile dello stress evitato
Qualche giorno dopo, mentre analizzavo le spese della riunione familiare – sono fatto così, non posso farne a meno – ho guardato il costo del noleggio pullman turistico con Schiavone Viaggi a Bari per i transfer aeroportuali.
Sulla carta sembrava significativo. Poi ho iniziato a pensare all’alternativa. Avrei dovuto noleggiare almeno cinque auto. Qualcuno avrebbe dovuto guidare ogni auto, il che significa qualcuno che non può rilassarsi durante la riunione perché sa che dovrà guidare dopo. Avrei dovuto coordinare cinque auto diverse in aeroporto, con il rischio reale che qualcuno si perdesse o finisse al terminal sbagliato.
E poi c’era il costo dello stress. Il mio stress nell’organizzare tutto. Lo stress di chi doveva guidare. Lo stress di assicurarsi che gli anziani fossero comodi e i bambini non disturbassero troppo chi guidava. Lo stress di trovare parcheggio all’aeroporto cinque volte invece che una.
Quel costo non appare in nessun foglio Excel, ma è reale. Tremendamente reale.
Improvvisamente il prezzo del pullman non sembrava più alto. Sembrava, francamente, un investimento nella mia sanità mentale e nella qualità dell’intera esperienza.
La lezione nascosta
Quella riunione familiare mi ha insegnato qualcosa che pensavo di sapere ma che non avevo veramente capito: alcuni problemi non si risolvono con più pianificazione o fogli Excel più complessi. Si risolvono delegando a persone che sanno cosa stanno facendo.
Vincenzo sapeva come gestire arrivi scaglionati in aeroporto perché lo faceva ogni giorno. Roberto sapeva come leggere un gruppo e adattare il suo comportamento perché aveva trasportato centinaia di gruppi prima del nostro. Schiavone Viaggi sapeva come coordinare tutto perché era letteralmente il loro mestiere.
Io, con tutta la mia buona volontà e il mio foglio Excel, non avrei mai potuto raggiungere quel livello di fluidità. E va bene così. Non devi essere bravo in tutto. Devi essere abbastanza saggio da riconoscere quando qualcun altro è più bravo di te in qualcosa di specifico.
L’anno dopo
Quest’anno abbiamo organizzato un’altra riunione familiare. Più piccola, solo dodici persone, ma con la stessa logistica aeroportuale. Non ho nemmeno considerato di farla da solo. Ho chiamato direttamente Schiavone.
“Ci ricordiamo di voi”, ha detto la persona al telefono. E non era falsa cortesia – avevano davvero dei file con le informazioni del gruppo precedente, sapevano già le nostre esigenze.
Roberto non era disponibile quella volta – aveva un altro gruppo – ma ci hanno mandato un’autista altrettanto competente che aveva lo stesso approccio professionale ma rilassato.
L’esperienza è stata, ancora una volta, impeccabile. Nessuno stress, nessun dramma, tutti arrivati dove dovevano quando dovevano.
Mia zia di Toronto, mentre aspettavamo il volo di ritorno, mi ha detto: “Sai cosa apprezzo di più di queste riunioni? Che posso concentrarmi sulla famiglia invece che sulla logistica.”
Esattamente. E non è quello il punto di una riunione familiare? Stare insieme, condividere tempo e ricordi, non passare ore a coordinare trasporti e preoccuparsi di chi arriva quando.
Schiavone Viaggi non ha reso magica la nostra riunione familiare – quella magia l’abbiamo creata noi, insieme. Ma ha reso possibile che accadesse senza che metà di noi arrivasse già esaurita prima ancora di iniziare.
E questo, in fin dei conti, vale molto più di quanto appaia su un foglio Excel.




